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Il Vile Demone

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Autore: Fëdor Sologub
Categoria Libri
Il Vile Demone
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Sessanta secondi nella discesa di Peredonov, tra paranoia, poshlost' e la creatura che lo perseguita.


Il vile demone (1907) di Fëdor Sologub è considerato uno dei vertici della prosa simbolista russa. Al centro della vicenda c'è Ardalion Borisyč Peredonov, insegnante di latino e ginnastica in un ginnasio di provincia, uomo mediocre, sospettoso e crudele, convinto che la principessa Volchanskaja gli abbia promesso — tramite la convivente Varvara — il posto di ispettore scolastico. Attorno a questa promessa fittizia si costruisce un universo di lettere falsificate, intrighi domestici e delazioni, mentre Peredonov sprofonda progressivamente in una paranoia sempre più incontrollabile.

La cittadina che lo circonda non è da meno: un coro di piccoli funzionari, insegnanti, signore annoiate e pettegole che si spiano, si calunniano e si corteggiano per puro calcolo. Sologub ne fa un affresco corale della Russia provinciale, dove ogni gesto — dal gioco di carte alla visita di cortesia — è intriso di volgarità, noia e cattiveria gratuita.

A contrappunto della linea Peredonov corre la vicenda di Ljudmila e Saša, segnata da un erotismo ambiguo e perturbante: Ljudmila, giovane donna sensuale, traveste il ginnasiale Saša da geisha, creando un gioco di seduzione e trasfigurazione estetica che rappresenta l'unico barlume di bellezza — per quanto torbida — nel romanzo.

Elemento chiave è la nedotykомка (nell'edizione che hai tradotto, "intoccabilina"): una creaturina grigia e sfuggente, a metà tra allucinazione e presenza demoniaca, che perseguita Peredonov nei momenti di maggiore angoscia. È il "piccolo demone" del titolo — non un diavolo grandioso, ma un dèmone meschino, all'altezza della meschinità del suo ospite.

Il romanzo si chiude con un gesto di violenza definitiva, culmine logico della spirale paranoica. Il piccolo demone resta un'opera senza equivalenti nella letteratura russa: troppo grottesca per il realismo, troppo concreta per il puro simbolismo, è una radiografia impietosa della poshlost' — quella volgarità dell'anima che Nabokov considerava il male specificamente russo e intraducibile.